20 febbraio 2018

SOVESCI E COLTURE INTERCALARI

La coltivazione di colture intercalari e il sovescio sono pratiche agronomiche contemplate dall’agricoltura conservativa il cui principale obiettivo è preservare la fertilità fisica e aumentare la sostanza organica presente nel terreno, soprattutto nei primi strati dove si sviluppa prevalentemente l’apparato radicale.

La coltura intercalare si ha quando tra due colture principali, per esempio patate e cereali, si inserisce la coltivazione di specie a rapido sviluppo che occupano il suolo per breve tempo; in genere si tratta di erbacee da foraggio o da sovescio. Le colture intercalari possono essere estivo–autunnali (mais ceroso, soia, colza da foraggio) oppure autunno-primaverili (loiessa, avena, orzo, pisello proteico etc.). Un esempio di rotazione biennale: primo anno erbaio autunno-primaverile (semina a ottobre, raccolto a metà maggio) poi mais (semina a metà maggio, raccolto a ottobre); secondo anno orzo (semina a fine ottobre, raccolta a giugno) poi soia (semina a giugno e raccolta a settembre).

 

 

Il sovescio è una pratica colturale, un tempo molto diffusa, che consiste nella coltivazione e successivo interramento di una coltura una volta raggiunto un determinato stadio di sviluppo. Lo stadio della fioritura è considerato generalmente lo stadio migliore perché, dopo la fioritura, la quantità di fibra (carbonio) nei tessuti vegetali aumenta mentre la concentrazione di proteine (azoto) diminuisce con un aumento del rapporto carbonio/azoto (C/N) e una più difficile degradazione del materiale. La massa interrata viene subito attaccata da macro e microrganismi che la trasformano in parte in humus e in parte in elementi nutritivi prontamente utilizzabili dalla coltura che seguirà. La decomposizione della sostanza organica è influenzata da fattori ambientali, quali temperatura e umidità del terreno, ma anche dalle caratteristiche della biomassa interrata. In particolare, il rapporto C/N dei tessuti vegetali è fondamentale per determinare il tipo di processo di trasformazione cui il materiale va incontro. Un rapporto C/N ottimale per la rapida decomposizione della biomassa vegetale è compreso tra 15:1 e 25:1. Il valore dipende dalla specie e dallo stadio di sviluppo della coltura nel momento in cui avviene l’interramento. Il sovescio è una tecnica colturale miglioratrice della fertilità del terreno sotto tutti i punti di vista (biologico, fisico e chimico), soprattutto da quando la fonte più importante di sostanza organica umificabile, ossia il letame bovino di qualità, ha iniziato a scarseggiare. Pur avendo una resa in humus inferiore al letame, gli erbai da sovescio possono convertire in humus fino al 20% della sostanza secca rivestendo un ruolo fondamentale nell’incremento della sostanza organica nel suolo. Contribuiscono altresì all’aumento della biodiversità degli agro-ecosistemi, al controllo delle infestanti e dei patogeni delle colture, all’arricchimento e trattenimento di azoto nel terreno in periodi nei quali non è prevista la messa a coltura, all’alleggerimento dei terreni compatti (graminacee a apparato radicale fascicolato) con miglioramento della struttura degli stessi, alla riduzione di perdita di nutrienti per lisciviazione, all’arricchimento di acqua e sostanza organica (miscugli di cerali e leguminose). Nelle rotazioni annuali, inoltre, i sovesci autunno-vernini esplicano un’azione protettiva sulle acque sotterranee, riducendo l’inquinamento da nitrati. Queste coltivazioni, definite “cover crop” o “catch crop”, trattengono gli elementi nutritivi, in particolare l’azoto, negli strati di terreno esplorati dalle radici delle piante. In questo modo è possibile ridurre la quantità di nitrati trasportata in profondità dalle acque piovane, con un effetto positivo per l’ambiente, ma anche con un risparmio sull’utilizzo di concimi azotati. Le essenze da utilizzare per il sovescio dovrebbero adattarsi al clima e al tipo di terreno, avere una crescita rapida per essere competitive con le malerbe e produrre “massa verde”, avere un ciclo breve per potersi collocare con facilità tra le colture da reddito e non condividere parassiti con le stesse colture da reddito.

Le piante più impiegate appartengono essenzialmente a tre famiglie: le crucifere, le graminacee e le leguminose. Tra le crucifere, il ravizzone e la colza sono piante dal breve periodo di crescita che garantiscono un buon quantitativo di potassio e hanno un apparato radicale fittonante che esplora in profondità il terreno. Alcune specie di crucifere  svolgono  una funzione biocida contro nematodi e parassiti fungini e la loro semina è agevole in quanto effettuabile con seminatrice o spandiconcime. Il sovescio di colza per esempio, utilizzata come cath crop, grazie alla sua capacità di accumulare l’azoto residuo del terreno, riduce la lisciviazione di nitrati. Il rapporto C/N non troppo elevato della biomassa del colza (da 14 a 21) permette, una volta interrata, una sua rapida decomposizione, con rilascio degli elementi nutritivi e una buona resa in humus. Le graminacee di solito sono consociate alle leguminose allo scopo di incrementare i vantaggi offerti dalle due famiglie: le graminacee a esempio, offrono alle leguminose una certa protezione dalle rigide temperature dei mesi invernali, mentre le leguminose che presentano  una certa resistenza alla siccità, ombreggiano il terreno nei mesi estivi facendo si che vi sia una minore dispersione di umidità necessaria alle graminacee. Tra le più usate vi sono le associazioni avena/pisello e avena/veccia.
 

La famiglia più  interessante per il sovescio rimane però quella delle leguminose. La caratteristica che rende interessanti queste piante è l’azotofissazione cioè la loro capacità di restituire al terreno importanti quantità d’azoto tramite la simbiosi con alcuni microrganismi che vivono nelle radici definiti rizobi. Il rapporto simbiotico che si crea tra i rizobi e le piante delle leguminose porta alla creazione di un nuovo organo vegetale situato a livello radicale detto nodulo radicale. Tra microrganismi e leguminose si instaura un’alleanza basata sul reciproco scambio dove i microrganismi cedono un po’ di azoto alle leguminose e in cambio ottengono un po’ di glucidi fondamentali per la loro esistenza. Per questa loro caratteristica le piante che seguiranno un sovescio di leguminose avranno un ottimo apporto di azoto e cresceranno rigogliose. La quantità di azoto accumulato dalle leguminose varia da qualche decina ad alcune centinaia di chilogrammi a ettaro a seconda della specie, dell’epoca di coltivazione (estiva o autunno vernina) e dello stadio di sviluppo della coltura al momento dell’interramento. Molteplici sono le specie di leguminose  tra le quali  trovare la pianta per ogni esigenza, visto che riescono ad adattarsi a ogni clima e a ogni terreno.

Le leguminose più impiegate sono il favino, il trifoglio, il trifoglio incarnato, la veccia, il pisello da foraggio, la lupinella, il lupino, la soia, il meliloto, la lenticchia, il pisello, il fagiolo e la fava. Il trifoglio, la veccia, il pisello proteico, il favino e il lupino, sono usate per sovesci primaverili e autunnali. Il ricorso a specie azotofissatrici riduce la necessità di fertilizzati azotati e migliora l’efficacia d’uso dell’azoto, in quanto l’azoto fissato biologicamente si trova legato alla materia organica e per questo è meno suscettibile alla trasformazione chimica e ai fattori fisici che portano alla sua volatilizzazione e dispersione. Proprio per gli effetti positivi sull’ambiente e sugli agro ecosistemi il ricorso al sovescio è incoraggiato dalle politiche agro ambientali. La Regione Piemonte prevede nell’ambito del PSR 2014/2020 la pratica del sovescio come impegno aggiuntivo alle operazioni 10.1.1 (agricoltura integrata), 10.1.2 interventi a favore della biodiversità nelle risaie) e 10.1.3 (agricoltura conservativa).


Approfondimenti:

http://www.regione.piemonte.it/bandipiemonte/cms/finanziamenti/psr-2014-2020-misura-10-%E2%80%93-operazioni-1011-1012-1013-1014-1015-1016-1017-1018-1019

http://www.acutis.it/Materiale_Agronomia/Sistemi%20colturali%202013.pdf

http://www.hauenstein.ch/it/agricoltura/info-agronomiche/intercalari-sovescio/

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quality and quantified morphological stage relationships in Italian ryegrass

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cerealicoli in coltivazione biologica ed il sistema convenzionale. Quaderni

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P., Saglia A., Barra S., 2006. Confronto tra sistemi colturali a diversa intensità.

I - Risultati agronomici ed ambientali. Quaderni Regione Piemonte

Agricoltura, n. 51, 36-39.

 

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