16 marzo 2018

LA GESTIONE DELL'INERBIMENTO DEI VIGNETI

Le tecniche di gestione del suolo nel vigneto hanno subito, negli ultimi due decenni, una profonda evoluzione determinata da vari fattori, quali la diffusione della meccanizzazione, la necessità di contenimento dei costi, una maggiore sensibilità per le problematiche ambientali e un progressivo cambiamento nella gestione degli equilibri vegeto-produttivi finalizzati a un’ottimizzazione della qualità dell’uva.
Fino a qualche anno fa la tecnica colturale prevalente era la lavorazione integrale del terreno, effettuata principalmente per ostacolare la crescita della flora infestante, interrare i fertilizzanti e limitare le perdite d’acqua per evaporazione.

Numerosi studi hanno messo in discussione molti dei vantaggi legati alle periodiche e numerose lavorazioni del terreno e proposto tecniche di gestione alternative.

Tra queste inizialmente è stata adottata la non lavorazione abbinata al diserbo chimico su tutta la superficie, in seguito abbandonata soprattutto a causa del suo negativo impatto ambientale e a seguito dall’avvento delle misure agroambientali della Regione Piemonte .

Una tecnica di gestione del suolo che si è recentemente diffusa in molte aree viticole piemontesi è l'inerbimento, che consiste nella copertura del terreno del vigneto con un cotico erboso. Questa tecnica presenta numerosi vantaggi rispetto alla lavorazione, quali un miglioramento della struttura del terreno, una più rapida infiltrazione dell’acqua e una netta diminuzione dell’erosione, particolarmente preoccupante nei vigneti di collina.

Il terreno inerbito presenta inoltre un minor compattamento e una portanza superiore rispetto a quello lavorato, permettendo così una migliore transitabilità delle macchine operatrici.

L’inerbimento può inoltre aumentare il contenuto di sostanza organica del terreno, la complessità della flora e fauna microbica, la disponibilità di elementi nutritivi per la pianta e, nel contempo, ridurre le perdite d’azoto per lisciviazione.

Numerose ricerche  hanno evidenziato che la presenza del manto  erboso influenza anche il comportamento vegeto-produttivo della vite: tra gli effetti positivi più evidenti vi sono una riduzione della vigoria, con conseguente miglioramento del microclima della chioma e dello stato sanitario delle uve, e un tendenziale abbassamento delle rese, al quale è legato un miglioramento della qualità del prodotto, determinato anche da un più elevato rapporto tra superficie fogliare e prodotto pendente. Nelle viti inerbite si è infatti quasi sempre riscontrato un contenuto zuccherino superiore, un anticipo della maturazione e una maggiore concentrazione di sostanze polifenoliche e di antociani.

Tra gli aspetti negativi dell’inerbimento va peraltro segnalata la competizione nei confronti dell’acqua e dell’azoto: si è infatti riscontrato che la presenza del cotico erboso può portare a stress idrici e a forti riduzioni della concentrazione d’azoto prontamente assimilabile nel mosto, determinando problemi di fermentazione e vini con caratteristiche non ottimali.

Nonostante queste problematiche, l’inerbimento è una tecnica di gestione del suolo molto flessibile, adattabile ad un’ampia gamma di tipologie pedoclimatiche e tecniche colturali. Il manto erboso può essere di tipo naturale, cio è costituto da flora spontanea che si insedia nel vigneto non lavorato, o di tipo artificiale,  costituito da essenze erbacee seminate. Può

ricoprire il terreno in maniera permanente o solo per un periodo di tempo limitato (inerbimento temporaneo), può essere esteso a tutta la superficie dell’impianto (inerbimento totale) o solamente all’interfila (inerbimento parziale). In un vigneto inerbito in modo naturale, il cui costo d’impianto

è praticamente nullo, le specie erbacee presenti sono sicuramente in equilibrio con l’ambiente, ma d’altra parte sono anche le più competitive con la vite da un punto di vista idrico e nutrizionale.

L’inerbimento artificiale, rispetto a quello naturale, presenta il vantaggio di una copertura più veloce e omogenea del terreno e, quindi, è preferibile in vigneti situati in aree declivi, su terreni argillosi e con un modesto contenuto in sostanza organica.

Negli ambienti del Nord Italia, quali il Piemonte, normalmente  più piovosi, la tecnica dell’inerbimento, naturale o artificiale che sia, può rappresentare una soluzione percorribile, nonostante le ultime stagioni abbiano registrato condizioni climatiche sicuramente anomale e contraddistinte da lunghi periodi siccitosi: è evidente che in tali condizioni la disponibilità idrica e la fertilità del suolo giocano un ruolo determinante nella scelta della tecnica e delle specie da utilizzare.

Attualmente nella viticoltura piemontese la strategia più utilizzata è senz’altro la semina del cotico erboso nell’interfilare del vigneto associata al controllo, meccanico oppure chimico, della flora spontanea nella zona del sottofila, cercando in questo modo di limitare al massimo gli inconvenienti (importanti anche in questi ecosistemi) derivanti dalle competizioni, idrica e nutrizionale.
Il vantaggio di questa tecnica risiede fondamentalmente nella sua elasticità applicativa, che consente con relativa facilità di modulare gli effetti relativi al rapporto vite-prato agendo sulla scelta delle specie (e al suo interno delle varietà), sul ritmo dei tagli del cotico, sul ripristino della fertilità del suolo, sugli interventi di controllo delle erbe spontanee al piede delle piante.
La ricerca da una parte e l’industria sementiera dall’altra hanno indirizzato inizialmente le loro osservazioni verso miscugli, anche complessi, che riproducessero le condizioni naturali; le esperienze maturate nel corso degli anni hanno portato ad una notevole riduzione delle specie impiegate, fino (quasi) all’utilizzo di prati monofiti, in considerazione del fatto che nel tempo si assisteva ad una progressiva semplificazione della floristica a vantaggio delle specie più aggressive.
Le varietà maggiormente sperimentate e utilizzate sono riconducibili alle famiglie delle graminacee e delle leguminose. Tra le prime vanno sicuramente annoverate quelle a taglia bassa del tipo Lolium, Poa, Festuca, Bromus e Dactilys, mentre tra leguminose alcune specie di Trifolium e mediche autoriseminanti possono essere prese in considerazione per soluzioni pratiche che prevedano miscugli oppure inerbimenti temporanei.

Le graminacee a taglia bassa richiedono un numero relativamente limitato di trinciature, sono dotate di elevata competitività nei confronti delle infestanti, garantiscono una buona portanza alle macchine agricole e forniscono buoni risultati di inerbimento soprattutto nelle aree con piovosità non limitante ed elevata disponibilità di azoto nel terreno. L’avidità di azoto minerale delle graminacee rappresenta un fattore favorevole per la prevenzione della lisciviazione dei nitrati nella stagione piovosa e fredda, ma può contribuire a deprimere il vigore del vigneto in assenza di adeguate concimazioni azotate; d’altra parte, se l’obiettivo è proprio quello di ridurre l’eccesso di azoto minerale e la disponibilità idrica per contenere il vigore vegetativo del vigneto, può essere opportuno orientarsi verso varietà di tipo foraggero piuttosto produttive.
Le leguminose in generale vengono maggiormente consigliate per gli ambienti meridionali, poiché sensibili al freddo, anche se attualmente l’industria sementiera ha messo a disposizione del settore agricolo un’ampia gamma di materiali, all’interno della quale si possono e si devono operare scelte mirate.
Esse possono essere impiegate come starter per creare le condizioni favorevoli al successivo insediamento di un cotico costituito da graminacee perenni e leguminose che, a regime, potrebbe rappresentare una equilibrata soluzione di inerbimento: è infatti da rilevare che la consociazione di una leguminosa annuale autoriseminante a una graminacea perenne relativamente poco competitiva sembra in grado di assicurare una buona stabilità di composizione del cotico nel tempo.
Tra le leguminose annuali autoriseminanti, alcune ‒ quali trifoglio sotterraneo oppure mediche annuali ‒ stanno suscitando un crescente interesse come specie da inerbimento grazie al loro ciclo vegetativo autunno-primaverile che esercita una limitata competizione nei confronti della vite, associato a un’azione antierosiva nel periodo più piovoso e a un effetto pacciamante (con conseguente limitazione dell’evaporazione) dei residui secchi in estate.
La poliennalità del cotico, assicurata dall’autorisemina, ne determina un chiaro vantaggio agronomico.
L’impiego di leguminose annuali autoriseminanti nel Nord Italia richiede la disponibilità di specie e varietà con specifiche caratteristiche, tra cui la tolleranza alle basse temperature invernali.

Top